In morte del fratello Giovanni
La letteratura, l’esilio e la morte
Il sonetto, scritto dopo la morte del fratello Giovanni Dionigi, suicida forse per debiti di gioco, presenta i temi dell’esilio e della morte. In una lettera inviata a Vincenzo Monti poco dopo il tragico lutto Foscolo commentò la morte del fratello, scrivendo:
La morte dell’infelicissimo mio fratello ha esulcerato tutte le mie piaghe tanto più ch’ei morì d’una malinconia lenta, ostinata, che non lo lasciò né mangiare né parlare per quarantasei giorni. Io mi figuro i martiri di quel giovinetto e lo stato doloroso della nostra povera madre fra le cui braccia spirò. Ma io temo che egli stanco della vita stasi avvelenato, e mia sorella mi conferma in quest’opinione. La morte sola finalmente poté decidere la battaglia delle sue grandi virtù, e i suoi grandi vizj manteneano da gran tempo in quel cuore fuoco.
Il sonetto presenta nelle prime tre strofe una struttura circolare e chiusa che si risolve nel finale.
L’esilio nega al poeta il ricongiungimento con la propria famiglia: l’unica alternativa possibile sembra la morte, come in Alla sera. É, tuttavia, l’ultima terzina a risolvere questa circolarità: la morte è la soluzione, ma non costituisce più un annullamento totale, perché grazie alla tomba, che permette di mantenere un ricordo tra i vivi, il poeta riesce a ottenere il“ritorno” alla terra materna e all’affetto della madre.
Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de’ tuoi gentili anni caduto.La Madre or sol suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto,
ma io deluse a voi le palme tendo
e sol da lunge i miei tetti saluto.Sento gli avversi numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch’io nel tuo porto quïete.
Foscolo concentra nel sonetto i temi cari alla sua produzione lirica. Le prime tre strofe esprimono il dolore per la condanna all’esilio, che tiene il poeta lontano dalla propria famiglia, e per la lontananza dalle persone amate. Il sonetto, dunque, parla del cordoglio per la morte di Giovanni, ma in realtà descrive la maggiore sofferenza di Ugo attraverso un parallelismo tra la sorte dei due.
Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen le ossa rendete
allora al petto della madre mesta.
L’ultima terzina si concentra sul triste destino di Ugo, il quale dichiara di avere solo un’ultima speranza, quella di essere sepolto in patria, così da poter tornare vicino alla madre.
La morte di Giovanni, dunque, è un termine di paragone per la vita del poeta stesso, travagliata dagli stessi avversi numi e secrete cure che hanno portato il fratello al suicidio, tanto che in una lettera Ugo scrisse “Io sento quella stessa stanchezza che consumò il mio povero fratello”. Giovanni diventa una proiezione di Ugo, e la sua morte è anticipazione del destino tragico di Ugo stesso. la madre assume una funzione di mediazione, perché piangendo il figlio morto, gli parla di quello sopravvissuto, quasi identificandoli.
Il sonetto è di per sé una poesia di occasione, perché esprime il dolore per la morte di una persona cara, tuttavia Foscolo trasforma la sofferenza privata in esperienza universale grazie al confronto con la tradizione letteraria secondo un modello classico il carme 101 di Catullo.
La prima strofa è la traduzione quasi letterale dal latino, però Foscolo rielabora il testo classico, riproponendo la tecnica della proiezione di sé; infatti
Il richiamo alla classicità, inoltre, si evidenzia nel lessico ricco di latinismi (cenere, declinato al maschile, lunga, numi, secrete cure, tanta speme, la costruzione della frase suo dì tardo traendo) e nella metafora, già frequente nei poeti latini, del fior degli anni. Nonostante questo elemento di raffinatezza, Foscolo cerca di comunicare le sue emozioni, lasciando spazio alle passioni della sua interiorità, come dimostrato dall’esclamazione e dalle esortazioni dell’ultima terzina.