La locandiera

atto 3, scene 18 e ultima

Luca Pirola
8 min readJan 22, 2021

Nel terzo atto Mirandolina continua a colmare il Cavaliere di ogni attenzione, lasciandogli credere di avere un’inclinazione per lui e alternando comportamenti ritrosi con alcuni gesti esplicitamente provocatori. Sorpreso, incuriosito e sempre più interessato, il Cavaliere cade nella trappola e, quando fa un ultimo tentativo di andarsene dalla locanda poiché ormai si vede perduto, Mirandolina gioca la sua arma finale, fingendo di svenire alla notizia della sua partenza. La locandiera, ormai consapevole del potere acquisito, vuole completare la sua vendetta affinché “ei confessi la forza delle donne”; a questo punto nel suo gioco entra anche Fabrizio.
Una volta sicura dell’innamoramento del Cavaliere, Mirandolina comincia a torturarlo puntando sull’equivoco del suo malore: non lui ma il vino è stata la causa dello svenimento. Da questo momento in poi i ruoli si invertono: mentre il Cavaliere invoca umilmente la sua compassione, Mirandolina distratta e infastidita lo tratta freddamente, giungendo perfino a deriderlo per questo repentino mutamento. E con crudele compiacimento stuzzica il suo amor proprio e la sua gelosia esibendo verso il servo Fabrizio una tenerezza mai mostrata. Così, mentre si diverte a umiliare il Cavaliere, Mirandolina non trascura di lavorarsi anche Fabrizio tenendolo legato a sé , attraverso una sapiente alternanza di gratificazioni e di frustrazioni.

Nelle ultime scene il Conte d’Albafiorita, offeso dal Cavaliere, lo sfida a duello: la tragedia è scongiurata dall’arrivo di Mirandolina e Fabrizio, che interrompono la contesa. La vicenda delle ultime scene si sviluppa in due momenti:

Atto 3, scene 18^ — ultima

SCENA DICIOTTESIMA
Mirandolina, Fabrizio e detti.

FABRIZIO: Alto, alto, padroni.
MIRANDOLINA: Alto, signori miei, alto.
CAVALIERE: (Ah maledetta!). (Vedendo Mirandolina.)
MIRANDOLINA: Povera me! Colle spade?
MARCHESE: Vedete? Per causa vostra.
MIRANDOLINA: Come per causa mia?
CONTE: Eccolo lì il signor Cavaliere. È innamorato di voi.
CAVALIERE: Io innamorato? Non è vero; mentite.
MIRANDOLINA: Il signor Cavaliere innamorato di me? Oh no, signor Conte, ella s’inganna. Posso assicurarla, che certamente s’inganna.
CONTE: Eh, che siete voi pur d’accordo…
MIRANDOLINA: Si, si vede…
CAVALIERE: Che si sa? Che si vede? (Alterato, verso il Marchese.)
MARCHESE: Dico, che quando è, si sa… Quando non è, non si vede.

Il dialogo rappresenta la scoperta della falsità della vita della nobiltà: il Cavaliere deve confessare il suo falso odio per le donne; il Marchese il falso amore per Mirandolina, in quanto ama solo se stesso; così come il Conte che ama le sue ricchezze.

MIRANDOLINA: Il signor cavaliere innamorato di me? Egli lo nega, e negandolo in presenza mia, mi mortifica, mi avvilisce, e mi fa conoscere la sua costanza e la mia debolezza. Confesso il vero, che se riuscito mi fosse d’innamorarlo, avrei creduto di fare la maggior prodezza del mondo. Un uomo che non può vedere le donne, che le disprezza, che le ha in mal concetto, non si può sperare d’innamorarlo. Signori miei, io sono una donna schietta e sincera: quando devo dir, dico, e non posso celare la verità. Ho tentato d’innamorare il signor Cavaliere, ma non ho fatto niente. (Al Cavaliere.)

Conclude il campionario di finzioni dei vari personaggi la finta inconsapevolezza di Mirandolina. La sua confessione rappresenta una finzione dichiarata e consapevole, con cui riscatta la debolezza della donna popolana

CAVALIERE: (Ah! Non posso parlare). (Da sé.)
CONTE: Lo vedete? Si confonde. (A Mirandolina.)
MARCHESE: Non ha coraggio di dir di no. (A Mirandolina.)
CAVALIERE: Voi non sapete quel che vi dite. (Al Marchese, irato.)
MARCHESE: E sempre l’avete con me. (Al Cavaliere, dolcemente.)
MIRANDOLINA: Oh, il signor Cavaliere non s’innamora. Conosce l’arte. Sa la furberia delle donne: alle parole non crede; delle lagrime non si fida. Degli svenimenti poi se ne ride.
CAVALIERE: Sono dunque finte le lagrime delle donne, sono mendaci gli svenimenti?
MIRANDOLINA: Come! Non lo sa, o finge di non saperlo?
CAVALIERE: Giuro al cielo! Una tal finzione meriterebbe uno stile nel cuore.
MIRANDOLINA: Signor Cavaliere, non si riscaldi, perché questi signori diranno ch’è innamorato davvero.

Le battute che seguono sono un esempio di “concertato”, la tecnica che fa susseguire le battute dei personaggi velocemente, quasi a sovrapporsi. Infatti tutti i personaggi sono in scena impegnati in un’animata la discussione creata attraverso un dialogo fitto.

CONTE: Sì, lo è, non lo può nascondere.
MARCHESE: Si vede negli occhi.
CAVALIERE: No, non lo sono. (Irato al Marchese.)
MARCHESE: E sempre con me.
MIRANDOLINA: No signore, non è innamorato. Lo dico, lo sostengo, e son pronta a provarlo.
CAVALIERE: (Non posso più). (Da sé.) Conte, ad altro tempo mi troverete provveduto di spada. (Getta via la mezza spada del Marchese.)
MARCHESE: Ehi! la guardia costa denari. (La prende di terra.)
MIRANDOLINA: Si fermi, signor Cavaliere, qui ci va della sua riputazione. Questi signori credono ch’ella sia innamorato; bisogna disingannarli.
CAVALIERE: Non vi è questo bisogno.
MIRANDOLINA: Oh sì, signore. Si trattenga un momento.
CAVALIERE: (Che far intende costei?). (Da sé.)
MIRANDOLINA: Signori, il più certo segno d’amore è quello della gelosia, e chi non sente la gelosia, certamente non ama. Se il signor Cavaliere mi amasse, non potrebbe soffrire ch’io fossi d’un altro, ma egli lo soffrirà, e vedranno…
CAVALIERE: Di chi volete voi essere?
MIRANDOLINA: Di quello a cui mi ha destinato mio padre.
FABRIZIO: Parlate forse di me? (A Mirandolina.)
MIRANDOLINA: Sì, caro Fabrizio, a voi in presenza di questi cavalieri vo’ dar la mano di sposa.
CAVALIERE: (Oimè! Con colui? non ho cuor di soffrirlo). (Da sé, smaniando.)
CONTE: (Se sposa Fabrizio, non ama il Cavaliere). (Da sé.) Sì, sposatevi, e vi prometto trecento scudi.
MARCHESE: Mirandolina, è meglio un uovo oggi, che una gallina domani. Sposatevi ora, e vi do subito dodici zecchini.

Mirandolina anticipa lo scioglimento della vicenda, annunciando il matrimonio con Fabrizio. Subito gli aristocratici esprimono il falso interesse verso la locandiera.

MIRANDOLINA: Grazie, signori, non ho bisogno di dote. Sono una povera donna senza grazia, senza brio, incapace d’innamorar persone di merito. Ma Fabrizio mi vuol bene, ed io in questo punto alla presenza loro lo sposo…
CAVALIERE: Sì, maledetta, sposati a chi tu vuoi. So che tu m’ingannasti, so che trionfi dentro di te medesima d’avermi avvilito, e vedo sin dove vuoi cimentare la mia tolleranza. Meriteresti che io pagassi gli inganni tuoi con un pugnale nel seno; meriteresti ch’io ti strappassi il cuore, e lo recassi in mostra alle femmine lusinghiere, alle femmine ingannatrici. Ma ciò sarebbe un doppiamente avvilirmi. Fuggo dagli occhi tuoi: maledico le tue lusinghe, le tue lagrime, le tue finzioni; tu mi hai fatto conoscere qual infausto potere abbia sopra di noi il tuo sesso, e mi hai fatto a costo mio imparare, che per vincerlo non basta, no, disprezzarlo, ma ci conviene fuggirlo. (Parte.)

Mentre il Cavaliere conferma la sua misoginia, rassegnandosi stizzito alla decisione di Mirandolina.

SCENA DICIANNOVESIMA
Mirandolina, il Conte, il Marchese e Fabrizio.

CONTE: Dica ora di non essere innamorato.
MARCHESE: Se mi dà un’altra mentita, da cavaliere lo sfido.
MIRANDOLINA: Zitto, signori zitto. È andato via, e se non torna, e se la cosa passa così, posso dire di essere fortunata. Pur troppo, poverino, mi è riuscito d’innamorarlo, e mi son messa ad un brutto rischio. Non ne vo’ saper altro. Fabrizio, vieni qui, caro, dammi la mano.
FABRIZIO: La mano? Piano un poco, signora. Vi dilettate d’innamorar la gente in questa maniera, e credete ch’io vi voglia sposare?
MIRANDOLINA: Eh via, pazzo! È stato uno scherzo, una bizzarria, un puntiglio. Ero fanciulla, non avevo nessuno che mi comandasse. Quando sarò maritata, so io quel che farò.
FABRIZIO: Che cosa farete?

SCENA ULTIMA
Il Servitore del Cavaliere e detti.

SERVITORE: Signora padrona, prima di partire son venuto a riverirvi.
MIRANDOLINA: Andate via?
SERVITORE: Sì. Il padrone va alla Posta. Fa attaccare: mi aspetta colla roba, e ce ne andiamo a Livorno.
MIRANDOLINA: Compatite, se non vi ho fatto…
SERVITORE: Non ho tempo da trattenermi. Vi ringrazio, e vi riverisco. (Parte.)
MIRANDOLINA: Grazie al cielo, è partito. Mi resta qualche rimorso; certamente è partito con poco gusto. Di questi spassi non me ne cavo mai più.
CONTE: Mirandolina, fanciulla o maritata che siate, sarò lo stesso per voi.
MARCHESE: Fate pure capitale della mia protezione.
MIRANDOLINA: Signori miei, ora che mi marito, non voglio protettori, non voglio spasimanti, non voglio regali. Sinora mi sono divertita, e ho fatto male, e mi sono arrischiata troppo, e non lo voglio fare mai più. Questi è mio marito…
FABRIZIO: Ma piano, signora…
MIRANDOLINA: Che piano! Che cosa c’è? Che difficoltà ci sono? Andiamo. Datemi quella mano.
FABRIZIO: Vorrei che facessimo prima i nostri patti.
MIRANDOLINA: Che patti? Il patto è questo: o dammi la mano, o vattene al tuo paese.
FABRIZIO: Vi darò la mano… ma poi…
MIRANDOLINA: Ma poi, sì, caro, sarò tutta tua; non dubitare di me ti amerò sempre, sarai l’anima mia.
FABRIZIO: Tenete, cara, non posso più. (Le dà la mano.)
MIRANDOLINA: (Anche questa è fatta). (Da sé.)

Nonostante Mirandolina dichiari di voler mettere la testa a posto emerge immediatamente il suo lato più cinico e calcolatore nel prevedere la sottomissione dello sposo.

CONTE: Mirandolina, voi siete una gran donna, voi avete l’abilità di condur gli uomini dove volete.
MARCHESE: Certamente la vostra maniera obbliga infinitamente.
MIRANDOLINA: Se è vero ch’io possa sperar grazie da lor signori, una ne chiedo loro per ultimo.
CONTE: Dite pure.
MARCHESE: Parlate.
FABRIZIO: (Che cosa mai adesso domanderà?). (Da sé.)
MIRANDOLINA: Le supplico per atto di grazia, a provvedersi di un’altra locanda.
FABRIZIO: (Brava; ora vedo che la mi vuol bene). (Da sé.)
CONTE: Sì, vi capisco e vi lodo. Me ne andrò, ma dovunque io sia, assicuratevi della mia stima.
MARCHESE: Ditemi: avete voi perduta una boccettina d’oro?
MIRANDOLINA: Sì signore.
MARCHESE: Eccola qui. L’ho ritrovata, e ve la rendo. Partirò per compiacervi, ma in ogni luogo fate pur capitale della mia protezione.
MIRANDOLINA: Queste espressioni mi saran care, nei limiti della convenienza e dell’onestà. Cambiando stato, voglio cambiar costume; e lor signori ancora profittino di quanto hanno veduto, in vantaggio e sicurezza del loro cuore; e quando mai si trovassero in occasioni di dubitare, di dover cedere, di dover cadere, pensino alle malizie imparate, e si ricordino della Locandiera.

Fine della Commedia

Nell’ultima battuta emergono gli insegnamenti morali che Goldoni affida alla sua opera: Mirandolina si rivolge al pubblico, predendo lo spazio riservato all’autore. L’ordine sociale è garanzia della libertà e della realizzazione di ciascuno, per questo Mirandolina resta una popolana e saggiamente sposa Fabrizio per garantire il proprio futuro. La consapevolezza della propria posizione senza aspirare a false “elevazioni” è la forza dell’”uomo di garbo”, che tutela se stesso, il proprio onore e i propri affari.

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Luca Pirola
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Written by Luca Pirola

History and Italian literature teacher

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