I turbamenti dell’eroe

Alfieri, Saul, atto II, scena 1

Luca Pirola
8 min readMar 9, 2021
Ernsr Josephson, Saul e David, 1878

La tragedia Saul fu composta nel 1782 e pubblicata nel 1789. La sua trama è ispirata a un episodio biblico (1° libro di Samuele), in cui racconta la storia di Saul, primo re di Israele, e dei suoi drammatici rapporti con David, scelto da Dio come suo successore. Alfieri concentra la vicenda della tragedia nell’ultimo giorno di vita di Saul nell’accampamento degli Ebrei in guerra contro i Filistei. David, genero di Saul e inizialmente da lui amato, ritorna all’accampamento per riconciliarsi con il re e aiutarlo nella guerra. Saul dapprima sembra accogliere l’offerta di David, ma è ossessionato dalla gelosia provata nei suoi confronti e alterna momenti di benevolenza e attacchi di furore. Il consigliere Abner alimenta la sua rabbia, perché mosso dalla vendetta contro David verso il quale nutre un’invidia profonda, perciò lo accusa di tradimento.

Alfieri definisce il conflitto di Saul con il termine perplessità. Scrive il poeta nel Parere sul Saul: “In questa tragedia, l’autore ha sviluppata, o spinta assai più oltre che nell’altre sue, quella perplessità del cuore umano, così magica per l’effetto; per cui un uomo appassionato di due passioni fra loro contrarie, a vicenda vuole e disvuole una cosa stessa.”. Nella Prefazione al Saul Alfieri descrive nuovamente il suo personaggio come “un uomo appassionato di due passioni tra loro contrastanti” che “a vicenda vuole e disvuole la stessa cosa”. Saul, dunque, è mosso da uno smodato desiderio di autoaffermazione e di potere, ma al contempo è dilaniato da tremendi conflitti interiori che non riesce a comprendere né a controllare.

SCENA I

Saul — Abner

Nelle tragedie alfieriane il protagonista fa il suo ingresso in scena solo nel secondo atto. Tuttavia, già nel primo atto, i vari personaggi lo evocano continuamente nei loro discorsi. Questo dà modo all’autore di creare una forte attesa nel lettore

SAUL
Bell’alba è questa. In sanguinoso ammanto
oggi non sorge il sole; un dì felice
prometter parmi. — Oh miei trascorsi tempi!
Deh! dove sete or voi? Mai non si alzava
Saùl nel campo da’ tappeti suoi,
che vincitor la sera ricorcarsi
certo non fosse.

Nell’atto precedente i vari personaggi avevano parlato di Saul come di un re crudele, forte e vendicativo. Alfieri, invece, lo fa entrare in scena con questa battuta lirica e descrittiva, che ci presenta un uomo all’apparenza docile e turbato. Questo efficace contrasto spiazza il lettore e lo prepara a considerare il re come una figura dalla psicologia estremamente complessa.

ABNER
Ed or, perché diffidi,
o re? Tu forse non fiaccasti or dianzi
la filistea baldanza? A questa pugna
quanto più tardi viensi, Abner tel dice,
tanto ne avrai più intera, e nobil palma.

SAUL
Abner, oh! quanto in rimirar le umane
cose, diverso ha giovinezza il guardo,
dalla canuta età! Quand’io con fermo
braccio la salda noderosa antenna,
ch’or reggo appena, palleggiava; io pure
mal dubitar sapea…Ma, non ho sola
perduta omai la giovinezza… Ah! meco
fosse pur anco la invincibil destra
d’Iddio possente!… o meco fosse almeno
David, mio prode!…

Questa scena è dominata dal dialogo tra Saul e Abner, ma si tratta di una conversazione che di fatto non porta a nulla, poiché i due personaggi sostengono punti di vista inconciliabili. Abner rappresenta la ragion di stato, che osserva la realtà secondo le leggi della politica; Saul, invece, è una personalità scissa e delirante, fissa su se stessa e incapace di considerare pienamente la realtà dei fatti.

In questo punto, il discorso di Saul è teso alla rievocazione del suo passato felice, caratterizzato dalla giovinezza; dalla presenza di Dio al suo fianco e dalla sua invincibilità di re. La condizione attuale che Saul constata, invece, è quella di una perdurante mancanza di tutte queste qualità, alle quali si aggiunge l’assenza di David, genero e guerriero prediletto dal re.

ABNER
E chi siam noi? Senz’esso
più non si vince or forse? Ah! non più mai
snudar vorrei, s’io ciò credessi, il brando,
che per trafigger me. David, ch’è prima,
sola cagion d’ogni sventura tua…

Secondo Abner, tutti i problemi di Saul nascono dalla congiura ordita a suo danno dai sacerdoti, con a capo Samuele, e da David, che intende usurparne il trono. Per Abner la soluzione è semplice: David è la sola cagion della sventura del re, pertanto va eliminato al fine di salvaguardare il potere.

SAUL
Ah! no: deriva ogni sventura mia
da più terribil fonte… E che? celarmi
l’orror vorresti del mio stato? Ah! s’io
padre non fossi, come il son, pur troppo!
Di cari figli, or la vittoria, e il regno,
e la vita vorrei? Precipitoso
già mi sarei fra gl’inimici ferri
scagliato io, da gran tempo: avrei già tronca
così la vita orribile, ch’io vivo.

Saul rinnega la conclusione di Abner. Il re sostiene un punto di vista diverso: la colpa non è di David, ma dell’assenza di Dio. La rievocazione del passato, con la quale Saul aveva iniziato il suo discorso, lascia così spazio alla considerazione sul presente.

Quanti anni or son, che sul mio labro il riso
non fu visto spuntare? I figli miei,
ch’amo pur tanto, le più volte all’ira
muovonmi il cor, se mi accarezzan… Fero,
impazïente, torbido, adirato
sempre; a me stesso incresco ognora, e altrui;
bramo in pace far guerra, in guerra pace:

Saul cerca di chiarire la sua situazione interiore. Anzitutto è un personaggio in conflitto con tutti, anche con i propri figli che, se lo accarezzano, fanno nascere in lui l’ira, anche se in realtà egli li ama come un padre. Ma Saul è in conflitto anche con se stesso, come rivelano i versi portatori di una forte antitesi (e di un chiasmo strutturale): a me stesso incresco ognora, e altrui; / bramo in pace far guerra, in guerra pace.

Un aspetto originale dell’eroe alfieriano è il senso del limite, infatti la volontà di potenza di Saul si scontra con la consapevolezza della propria debolezza, perciò i suoi slanci titanici sono alternati a momenti di cupa depressione. Si rende conto di essere un re che non sa più regnare, un padre non più capace di rapportarsi con i figli, un guerriero che ha perso coraggio e forza di combattere. Egli non riesce ad accettare la vecchiaia che incombe, perciò prova un senso di profonda solitudine che scava tra lui e gli altri un solco incolmabile.

entro ogni nappo, ascoso tosco io bevo;
scorgo un nemico, in ogni amico; i molli
tappeti assirj, ispidi dumi al fianco
mi sono; angoscia il breve sonno; i sogni
terror. Che più? chi ’l crederia? spavento
m’è la tromba di guerra; alto spavento
è la tromba a Saùl. Vedi, se è fatta
vedova omai di suo splendor la casa
di Saùl; vedi, se omai Dio sta meco.
E tu, tu stesso, (ah! ben lo sai) talora
a me, qual sei, caldo verace amico,
guerrier, congiunto, e forte duce, e usbergo
di mia gloria tu sembri; e talor, vile
uom menzogner di corte, invido, astuto.
Nemico, traditore…

La complessità interiore di Saul è tale che l’unico modo per descriverla efficacemente è attraverso una serie di antitesi (nemico/amico, molli tappeti/ispidi dumi). Questa lacerazione interna si riflette nel rapporto con gli altri: i figli, ma anche Abner, ritenuto in alcuni momenti un caldo verace amico, in altri invece un Nemico, traditore.

ABNER
Or, che in te stesso
appien tu sei, Saulle, al tuo pensiero,
deh, tu richiama ogni passata cosa!
Ogni tumulto del tuo cor (nol vedi?)
dalla magion di que’ profeti tanti,
di Rama egli esce. A te chi ardiva primo
dir, che diviso eri da Dio? l’audace,
torbido, accorto, ambizïoso vecchio,
Samuél sacerdote; a cui fean eco
le sue ipocrite turbe. A te sul capo
ei lampeggiar vedea con livid’occhio
il regal serto, ch’ei credea già suo.
Già sul bianco suo crin posato quasi
ei sel tenea; quand’ecco, alto concorde
voler del popol d’Israello al vento
spersi ha suoi voti, e un re guerriero ha scelto
questo, sol questo, è il tuo delitto. Ei quindi
d’appellarti cessò d’Iddio l’eletto,
tosto ch’esser tu ligio a lui cessasti.
Da pria ciò solo a te sturbava il senno:
coll’inspirato suo parlar compieva
David poi l’opra. In armi egli era prode,
nol niego io, no; ma servo appieno ei sempre
di Samuello; e più all’altar, che al campo
propenso assai: guerrier di braccio egli era,
ma di cor, sacerdote. …

Abner cerca di ricondurre nuovamente Saul sul terreno della ragione. Al pensiero delirante del re in conflitto con se stesso e con gli altri, Abner oppone la propria interpretazione dei fatti: la causa del dolore di Saul è in Samuele e David che — secondo Abner — complottano per avere il trono.

…Il ver dispoglia
d’ogni mentito fregio; il ver conosci.
Io del tuo sangue nasco; ogni tuo lustro
è d’Abner lustro: ma non può innalzarsi
David, no mai, s’ei pria Saùl non calca.

La conclusione del discorso di Abner è fortemente retorica, grazie all’uso di ripetizioni enfatiche (Il ver… il ver) e la doppia opposizione Abner/David e David/Saul. In questo modo il consigliere intende rivelare l’astuzia di David, che non può innalzarsi se prima non calca Saul, facendolo apparire dunque come un suo nemico, secondo le leggi della ragion di stato. Al contrario Abner ha buon gioco nel mostrarsi fedele al re: egli ha gloria dalle imprese di Saul, essendo del suo sangue

SAUL
David?… Io l’odio… Ma, la propria figlia
gli ho pur data in consorte… Ah! tu non sai. –
La voce stessa, la sovrana voce,
che giovanetto mi chiamò più notti,
quand’io, privato, oscuro, e lungi tanto
stava dal trono e da ogni suo pensiero;
or, da più notti, quella voce istessa
fatta è tremenda, e mi respinge, e tuona
in suon di tempestosa onda mugghiante:
«Esci Saùl; esci Saulle»…

Saul è un eroe innovativo: la sua tragicità non consiste nella lotta con un nemico esterno o con un valore (come l’onore) al quale sottomettersi. Saul vive un conflitto che ha origine dall’anima del personaggio e che si manifesta mostrandoci una figura tormentata, ambivalente e divisa, oppressa dal destino e dall’angoscia: un eroe veramente moderno.

… Il sacro
venerabile aspetto del profeta,
che in sogno io vidi già, pria ch’ei mi avesse
manifestato che voleami Dio
re d’Israél; quel Samuéle, in sogno,
ora in tutt’altro aspetto io lo riveggo.

Il delirio di Saul si concretizza in un sogno, o meglio in questo incubo, narrato di seguito, nel quale la collocazione dei personaggi risulta significativa: Saul riconosce se stesso nel buio di una valle e vede David e Samuele avvolti dalla luce, sopra un monte. L’opposizione David/Saul è dunque giocata anche sui concetti luce/buio e alto/basso, che mostrano tutta la negatività della situazione vissuta dal re e la sua prostrazione interiore.

[…]
Oh David mio! tu dunque obbediente
ancor mi sei? genero ancora? e figlio?
E mio suddito fido? e amico?… Oh rabbia!
Tormi dal capo la corona mia?
Tu che tant’osi, iniquo vecchio, trema…
Chi sei?… Chi n’ebbe anco il pensiero, pera… –
Ahi lasso me! ch’io già vaneggio!…

Ecco ripiombare Saul nell’ambivalenza del delirio: nel giro di pochi versi egli passa dall’amore all’odio e dall’affetto all’inimicizia. Quello che è certo è che il re non sa più distinguere tra realtà e vaneggiamento. Alfieri conferisce particolare enfasi al dettato con l’impiego di un parallelismo strutturale introdotto da un’esclamativa (Oh rabbia!), cui fa seguito una (o più) interrogativa.

ABNER
Pera,
David sol pera: e svaniran con esso,
sogni, sventure, visïon, terrori.

Abner riprende infine la decisione risolutiva di Saul e cerca di riportare il re al piano della realtà: è sufficiente uccidere David, pretendente al trono e secondo lui vera causa del suo delirio, perché svaniscano sogni, sventure, visïon, terrori

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Luca Pirola
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Written by Luca Pirola

History and Italian literature teacher

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